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Artigianato locale

Vivere il territorio > Una Provincia in bici


L’itinerario virtuale proposto di seguito vuol essere uno spunto per riflettere sulle tradizioni e sull’economia friulana ed è definito “virtuale” poiché, facendo riferimento al passato e vista l’impossibilità di reperire luoghi deputati alla produzione di un unico tipo di prodotto, può essere percorso solo idealmente.
L’artigianato è inteso come l’aspetto caratteristico del lavoro che mira alla creazione di prodotti tipici del territorio e spesso costituisce l’evoluzione delle lavorazioni industriali antiche.
L’artigianato locale, negli anni, è stato influenzato da tradizioni diverse (veneziana, austriaca, slava) e riflette anche l’aspetto caratteriale dei friulani stessi: gente semplice, vicina alla religione e legata alle antiche credenze popolari. Tali attitudini, infatti, sono evidenti anche nella cura rivolta agli edifici sacri e alle dimore.

L’intaglio e la lavorazione del legno è l’artigianato più antico e diffuso sul territorio friulano e trova conferme maggiormente in Carnia, in tutta la zona della Valcellina e della Pedemontana. Un tipico prodotto, realizzato dal legno d’acero o di noce, erano “le dalminis” o dalmine, robustissimi e comodi calzari, lavorati molto più finemente dei normali zoccoli di legno e spesso usati come “scarpe della festa”. La loro realizzazione richiedeva particolare abilità e l’uso di strumenti adatti. La prima grezza lavorazione era effettuata sul legno ancora verde, poi le forme, appese al solaio di casa, erano lasciate stagionare per alcuni anni. Dopo aver raggiunto una stagionatura sufficiente, il legno era sottoposto alla lavorazione definitiva che richiedeva un grande impegno per la rifinitura e per l’adattamento al piede dell’acquirente. La scelta del cuoio era un’altra parte importante del processo di creazione, in cui si considerava la tipologia e i prezzi dei diversi materiali. L’attività generalmente era secondaria rispetto a quella agricola e per questo era eseguita preferibilmente durante il periodo invernale, quando il tempo da dedicare all’agricoltura diminuiva e aumentava il tempo a disposizione per altre attività. L’ambiente di lavoro era la stalla, calda ed accogliente.
Tracce evidenti di questa produzione sono presenti a San Martino di Campagna, dove la famiglia Colussi si dedicava alla produzione di questo tipo di calzatura. L’abilità dei Colussi era riconosciuta in tutta la zona circostante e molti erano gli acquirenti che provenivano dai paesi vicini.

A Cordenons troviamo i folpi”, gli zoccoli di legno di pioppo, aperti dietro, da cui prendono il soprannome i cordenonesi.
Attualmente questi prodotti (dalmine e folpi) sono diventati oggetto d’ornamento e si possono vedere appese ai muri delle case dei vecchi abitanti dei paesi.

Polcenigo risulta famosa per l’antica produzione d’utensili di legno adibiti all’utilizzo casalingo, come mestoli d’ogni misura, ciotole, scodelle, posate, mattarelli, ecc..
Un tempo le donne del luogo, caricavano tutti questi utensili in grandi gerle e si recavano per i paesi, come venditrici ambulanti, scambiando i loro prodotti con generi alimentari e non, che potevano essere utilizzati o scambiati ulteriormente, in paese. Le donne che svolgevano questa faticosa attività erano dialettalmente nominate “cathere”, cioè “venditrici di mestoli”, proprio perché uno dei prodotti più venduti era la “catha” o mestolo.

Accanto all’attività della lavorazione del legno, troviamo quella altrettanto importante, del ferro, presente in molti comuni dell’area compresa fra i fiumi Meduna e Livenza, come Sacile, Aviano, Cordenons e San Martino di Campagna.
Tra le tecniche di lavorazione dei metalli spicca quella del martellamento, dello sbalzo e delle cesellature. Accanto al ferro, altri materiali utilizzati per la realizzazione di oggetti erano il rame e il bronzo.
In ogni paesino di quest’area c’era una fucina dove il fabbro forgiava le parti di ferro degli attrezzi e dei mezzi di trasporto essenziali, quali carri e slitte. All’occorrenza lo stesso fabbro svolgeva anche lavori da maniscalco.
A San Martino di Campagna la lavorazione del ferro avveniva soprattutto ad opera dei fabbri Tomasini. I Tomasini si stabilirono a San Martino agli inizi del secolo scorso e qui fondarono l’officina che divenne rinomata in tutta la zona. Fra i prodotti principali spiccavano i carri, particolarmente originali ed eleganti nelle forme.
Questi potevano essere di due tipi:

  • Il primo, detto “ciar”, era massiccio e robusto, adatto ad essere trainato da buoi o cavalli e usato prevalentemente in pianura;

  • Il secondo era detto “carèta”, piccolo e leggero, trainato dall’asino. Generalmente veniva utilizzato per il trasporto di piccole partite di fieno, erba, patate, fagioli e altre colture ma poteva essere adibito anche al trasporto delle persone.

Un’ulteriore variazione della “carèta” era quella definita “carèta cu la zaia” vale a dire “carretto con la cesta”, un tipo di carro dotato di un alto cesto sulla parte posteriore, costruito con stecche di legno (di solito d’olmo o di frassino), incrociate a forma di grata.

Nell’ambiente domestico della casa friulana il ferro è il materiale più presente, ma molti oggetti fondamentali erano realizzati anche con rami di nocciolo e di vimini, materiali lavorati, soprattutto nella zona di Polcenigo per la creazione di cesti d’ogni misura. Inizialmente i rami venivano intrecciati dai contadini, per necessità contingenti, con la materia prima reperibile sul posto, poi però, con l’aumento del bisogno, comparve la figura dell’artigiano, specializzato in una produzione limitata. Il periodo di commercio dei cesti, coincideva con la vendemmia. Inizialmente la compravendita avveniva al centro del borgo più o meno casualmente e con scambi in natura, poi l’intensificarsi delle relazioni commerciali portò alla definizione di un giorno preciso: la festa della Natività della Madonna. Gli esemplari proposti erano pochi, venivano portati sulla piazza con un carretto, dagli artigiani.
Tuttora, la famosa Sagra dei Sest che si svolge la prima domenica di settembre, costituisce la testimonianza dell’importanza rivestita da quest’attività nell’economia del paese e ci aiuta a non dimenticare le antiche tradizioni.

Nell’annoverare i materiali che costituirono l’antico pilastro dell’economia friulana, non si può dimenticare la pietra e i paesi dove veniva estratta (Sarone, frazione di Caneva) e lavorata (Aviano).
Sarone di Caneva da sempre fu una zona famosa per le sue cave di pietra, da cui è appunto derivato il mestiere degli scalpellini, in dialetto “taiapiera”, che nei secoli hanno forgiato con la pietra locale, edifici, acquasantiere, altari, statue, portali, vasche, abbeveratoi, attrezzi e contenitori per cibi, dimostrando spesso, ottimo gusto. La pietra estratta era di tre diverse qualità: pietra da fabbrica, pietra da calce e ghiaia da malta. La pietra era estratta prevalentemente nella Villa di Sarone, in cui era collocata anticamente una fornace da calce, e sui versanti della montagna, a quote più elevate. In quel tempo esistevano solo piccole attività esercitate occasionalmente, in alternanza ai lavori agricoli o secondo la necessità della comunità. Talvolta le attività si intensificavano quando, dalla pianura, pervenivano richieste di materiali da destinarsi alla costruzione d’opere pubbliche o private.

Accanto a questa attività, Caneva e le sue frazioni si sono caratterizzate, in passato, per l’intensa attività dei carbonai. Sul motivo per cui questa attività si sia sviluppata proprio in tali zone, si possono fare solo delle congetture, una di queste consiste nell’attribuirne lo sviluppo alla vicinanza con il bosco del Cansiglio e alla penuria di terra che spinsero la popolazione a sfruttare la legna.
Il mestiere del carbonaio, generalmente era tramandato di padre in figlio e si era soliti distinguere i carbonai “di razza”, discendenti dalla mitica tribù russa emigrata da qualche regione dell’Est in tempi antichi e portatrice dell’antica arte della carbonizzazione e i carbonai “per necessità” cioè, coloro i quali venivano mandati ad imparare il mestiere per contribuire ai bisogni familiari.
I carbonai si muovevano con l’intera famiglia, che oltre ad essere aggregato domestico era anche un’unità di lavoro: le donne svolgevano le attività lavorative al pari degli uomini, i bambini e i vecchi svolgevano le operazioni più leggere. La stagionalità caratterizzava l’andamento del lavoro che iniziava tra fine marzo e San Marco e terminava a novembre ed era un periodo caratterizzato da un’intensa attività, utile a supportare, poi, anche i restanti cinque mesi d’inattività.
Il carbonaio tendeva a spostarsi sul territorio in relazione alla richiesta del lavoro e ciò non lo rendeva un “buon partito” poiché era incapace di dare alla propria sposa delle ricchezze materiali stabili. Un’ulteriore caratteristica del lavoro era il guadagno monetario che, da un lato, dava la possibilità di rivolgersi direttamente al mercato e di differenziare la propria dieta, d’altro lato però, rendeva la situazione economica precaria poiché era sufficiente una carbonaia andata male per ridurre una famiglia alla fame.

Al fiorente artigianato, si associano antichi mestieri e professioni che contribuirono alla crescita del Friuli Venezia Giulia e diedero una nuova professionalità alla manodopera.
Il più grande esempio di evoluzione di antiche lavorazioni industriali è costituito dalle Ceramiche Galvani, prodotte nell’omonima fabbrica dal 1811 al 1980. Queste sono disseminate un po’ ovunque nel territorio, soprattutto nella zona del pordenonese e del cordenonese e questa loro diffusione è attribuibile all’opera di ex-operai o da discendenti della famiglia Galvani che hanno tramandato l’arte del decoro fiorato.

Infine, non va dimenticata la ricca tradizione alberghiera che da sempre ha caratterizzato i centri di Marsure, Dardago, Budoia e Polcenigo. L’origine di quest’attività è da rinvenirsi nell’ingegno dei numerosi emigranti che, nel primo dopoguerra, si recarono in cerca di lavoro presso rinomati luoghi turistici, come Venezia e Cortina. Dopo aver imparato i segreti del mestiere e aver guadagnato una discreta somma di denaro, questi tornarono nei paesi d’origine diventando, a loro volta, competenti ristoratori.

 
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