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GIANFRANCESCO DA TOLMEZZO

Gianfrancesco del Zotto, detto da Tolmezzo, nacque nel 1450, da un certo Odorico di Daniele, forse originario di Socchieve e operò dal 1428 al 1510. La sua opera consisteva nel creare con il pennello grandi figure sugli intonaci, figure spesso accostate le une alle altre dentro nicchie, senza un legame apparente. Il linguaggio pittorico di Gianfrancesco appare già formato fin dall’inizio della sua attività e durante l’intera vita del pittore rimane pressoché immutato, non fosse per un cambiamento verificatosi agli inizi del Cinquecento, a seguito di un influsso veneziano. Egli fu uno dei più importanti pittori della “Scuola di Tolmezzo”, con una formazione pittorica prettamente montana e locale, che risentì degli influssi dell’artigianato di Tolmezzo. Nella maturità non fu immune dall’influenza pittorica veneta (muranese, vivarinesca o squarcionesca) e da quella oltramontana. Nel 1482 affrescò il coro della Chiesa di San Nicolò di Comelico nel bellunese e due anni dopo, il padre Odorico prese accordi, in sua vece, con i camerari della chiesa di San Floriano di Imponzo per la stima e il pagamento di un gonfalone, mentre, nel 1489, egli stesso cedette un credito di quaranta ducati ai nobili di Spilimbergo, a seguito della decorazione della chiesa campestre di Sant’Antonio a Barbeano. Nel decennio successivo si collocano i cicli di affreschi maggiormente apprezzati dalla critica, come quelli eseguiti nelle chiese carniche di San Lorenzo a Forni di Sotto, di San Martino a Socchieve e di San Leonardo a Provesano. In particolare, gli affreschi della chiesa di Provesano sono quasi tutti riproposti sulle pareti della chiesa di San Gregorio, a Castello d’Aviano da cui inizia il nostro percorso.

La Chiesa di San Gregorio è una chiesetta riccamente affrescata che ci offre proprio la visione delle scene con storie della Passione di Cristo, ispirate dalle stampe di Schongauer, autore con cui Gianfrancesco era entrato in contatto negli anni ’90, a Pordenone. Originariamente gli affreschi erano 12, attualmente, invece, ne rimangono solo 8, di cui 6, chiaramente ispirati alle stampe dello Schongauer: l’Orazione nell’orto, la Cattura, Cristo e la Veronica, la Crocifissione, la Deposizione nel sepolcro e la Resurrezione. Le altre due rimanenti sono l’Entrata a Gerusalemme e l’Ultima Cena.
Le differenze maggiori fra Gianfrancesco da Tolmezzo e Schongauer si notano nella scena della Cattura e in quella dell’Incontro con la Veronica.
Inoltre, sempre all’interno delle pareti della chiesa di San Gregorio, possiamo osservare la rappresentazioni di uno stemma cardinalizio sulla parete sud, racchiuso entro una corona d’alloro. Tale stemma, secondo alcuni, rappresenterebbe la classe sociale dei donatori e dei committenti, probabilmente lo stemma della famiglia Gabrieli.
Si notino, poi, sopra le scene, le rappresentazioni di busti d’uomini e donne entro clipei, sulla parete nord e più in particolare, una mezza figura presente nei tondi, con una corona d’alloro, riconoscimento ufficiale attribuito ad un poeta o ad un letterato.

L’itinerario prosegue verso la Chiesa di San Giuliana, sempre in località Castel d’Aviano, frazione di Aviano, oggi chiesa cimiteriale, costruita agli inizi del XIV secolo. La chiesa vanta diversi affreschi ad opera di Gianfrancesco da Tolmezzo, molti dei quali attualmente conservati nel Museo di Pordenone. Il primo di questi è la pala dipinta nel 1507 e raffigurante la Madonna in trono col Bambino e i SS. Nicola, Dorotea, Giuliana di Nicomedia, Caterina, Apollonia, Gregorio papa e due angeli musicanti ai piedi. Tale affresco, molto degradato, è di chiara impostazione veneta, ha una notevole ricchezza di particolari e un uso, a volte improprio, della prospettiva. Si possono ammirare, inoltre, due scene nell’arco trionfale: una Madonna con Bambino e i SS. Giovanni Battista e Leonardo, anch’essa conservata al Museo di Pordenone e un affresco raffigurante un episodio indicato come “l’Abbattimento degli idoli”.

Proseguendo a nord, lungo la Pedemontana, raggiungiamo la Chiesa di Santa Lucia in Colle a Budoia. Qui doveva esserci un ciclo di affreschi ad opera del pittore di cui, però, rimane solo una scena raffigurante la santa trascinata al martirio.
L’azione è ambientata in mezzo ad edifici rinascimentali, si vede un muro di cinta e al di là di questo, edifici rinascimentali e un tempietto, su cui è impresso chiaramente uno stemma con un simbolo cristiano entro una corona d’alloro. In primo piano, sulla destra, si nota la figura della santa e dei suoi aguzzini, mentre a sinistra, un gruppo composto dai più svariati personaggi. In questo affresco la componente linearistica appare meno accentuata e il colore si distende in larghe aree, accentuando la staticità dell’intera scena. Per ciò che concerne la datazione degli affreschi non è possibile stabilire una data precisa, alcuni studiosi li ritengono dello stesso periodo di quelli della Chiesa di Santa Giuliana in Castello d’Aviano e perciò, precedenti al 1507, data in cui venne redatta una “stima” degli affreschi e che presuppone, implicitamente, che le opere fossero già state terminate.

La presenza dell’artista si riscontra anche a Cordenons. Un documento del 1499, pubblicato nel secolo scorso da Joppi, testimonia che il 3 luglio di quell’anno Gianfrancesco da Tolmezzo, in collaborazione con Pietro da Vicenza, si era impegnato a decorare il coro della Chiesa di Santa Maria a Cordenons. Secondo tale documento, gli artisti avrebbero dovuto affrescare la cappella grande con storie della Vergine (dalla Natività all’Assunzione) e due cappelle laterali, dedicate a San Martino e a San Felice. Il documento non specifica la data di conclusione dei lavori, ma si pensa che difficilmente poterono concludersi nell’autunno di quell’anno, vista l’invasione turca che colpì soprattutto i comuni di Aviano e di Cordenons. La chiesa affrescata da nostro pittore fu la seconda chiesa di Santa Maria, costruita intorno al XVI secolo, a seguito della distruzione di quella del 1186 (data di una bolla papale in cui venne menzionata la suddetta chiesa da papa Urbano III). La chiesa fu però demolita nel 1669 per far posto ad una terza, anch’essa di breve durata, poiché fu demolita nel 1778 per la costruzione del quarto edificio.
Il segno lasciato dall’opera di Gianfrancesco da Tolmezzo è rappresentato anche da un San Floriano dipinto sul lato sinistro dell’arco santo in San Pietro di Sclavons, intorno al primo decennio del ‘500. L’affresco è considerato del Tolmezzino anche se si suppone, visti gli elementi di novità che presenta, anche la collaborazione di altri autori, fra cui il figlio Nicola. L’opera ha una perfetta tenuta spaziale e una doppia veduta (da sotto in su e da su in sotto), da essa traspare un grande interesse per il dato luminoso ed una vivace cromia, la scioltezza del personaggio non è più affidata a grafie spezzate ma è “gonfio d’aria”, il tutto conferisce all’immagine un senso di vitalità e monumentalità. Il Santo è in primo piano e sfiora con il capo l’arco, alle sue spalle si nota un paesaggio con macchie alberate, la luce proviene da sinistra e illumina il volto del Santo.

Ci allontaniamo ora da Cordenons e ci dirigiamo verso Torre di Pordenone, nel castello omonimo. Osserviamo, all’interno del Castello, la suggestiva Annunciazione, ritrovata nel 1957, in una zona al piano terra. La scena si svolge all’aperto, in un ampio terrazzo delimitato da un muretto. Sui lati dell’affresco compaiono due stemmi, il primo praticamente illeggibile, il secondo con i colori tipici dell’arma dei Torre. Sulla sinistra si nota la figura dell’angelo, che costituisce l’elemento meglio conservato e più visibile, al di sopra di questo, l’Eterno Padre che spinge con il suo soffio l’anima del Redentore verso la Vergine, figura, purtroppo, estremamente rovinata, soprattutto nella zona del volto.
Dopo aver ammirato tale splendido dipinto, ci spostiamo in direzione di Pordenone per ammirare alcuni affreschi contenuti all’interno della Chiesa del Cristo e nel Duomo di Pordenone. Nel 1938, nel Duomo, venne ritrovato sul pilastro di sinistra, un apostolo, in posizione eretta, di cui sono visibili tuttora mani, busto e parte delle vesti. Un altro affresco, ora conservato nella cappella di Ognissanti, è quello raffigurante il Santo Padre circondato da teste di angeli alati e sei devoti inginocchiati ai suoi piedi in preghiera. Questo fu rinvenuto nel duomo durante i lavori di restauro effettuati nel 1970-1971; probabilmente la scena illustrava la Pentecoste e al centro d’essa doveva esserci la Vergine attorniata da un gruppo di discepoli.
L’affresco contenuto nella Chiesa del Cristo, di cui ne rimane solo un frammento, doveva, invece, rappresentare Santa Barbara. La figura è collocata all’interno di una nicchia absidata a forma di conchiglia ed è sua volta inserita in un finto altare decorato. Dopo il restauro, l’affresco venne spostato dalla sua posizione originaria e fu collocato sopra l’altare d’ingresso. Di grande importanza sono anche i resti di una decorazione parietale di soggetto profano, rinvenuta in un edificio vicino al Duomo, datata tra gli ultimi anni del Quattrocento e il primo decennio del Cinquecento. Tale decorazione ed altre, abbellivano tre lati del portico di una dimora appartenente a qualche famiglia nobile e consistevano in una serie di stemmi disposti lungo la parete del vano, sostenuti da putti in equilibrio sul finto cornicione sovrastante. Il cornicione, a sua volta, era decorato con clipei contenenti ritratti di personaggi femminili e maschili di profilo e con un motivo a palmette.
L’ultima tappa del nostro percorso ci conduce a Prata di Pordenone per ammirare l’affresco presente in un edicola votiva, “La Madonna col Bambino”, su cui, un tempo, si sarebbe letta la seguente iscrizione: “1499 ADI 15 DE MANZO / VIRGINI INTACTAE OPUS MERITO DEDICATUM”. La data però, si riferirebbe, più probabilmente, al sacello, l’affresco, invece, potrebbe risalire ai primi anni del Cinquecento, ma purtroppo, come per molte delle opere del nostro autore, non si può proporre una datazione certa.

 

GASPARO NARVESA

Fu un pittore pordenonese che, seppur considerato “un’artista minore” operò con zelo in tutto il nostro territorio nel Cinquecento e fu immediatamente successivo al Pordenone.
Negli anni, poco o nullo è stato lo spazio dedicato allo studio delle sue opere e della sua arte pittorica e proprio tenendo conto di ciò, di seguito, verrà proposto un itinerario rivolto a quanti sono interessati a riscoprire la sua attività nel tempo e nell’area dei comuni del nostro Consorzio.
Gasparo Narvesa nasce a Pordenone nel 1558 e nel 1574, all’età di sedici anni, ottiene un sussidio dal Consiglio di Pordenone, nella forma di otto ducati, che avrebbe dovuto consentirgli, viste le sue doti pittoriche naturali, di studiare affiancato da un maestro. Tale sussidio risulta essere piuttosto esiguo, tenendo conto delle magre condizioni economiche della famiglia. Non si hanno notizie su chi potesse essere divenuto il suo maestro, forse un pittore locale o veneto.
Narvesa si sposò intorno al 1585 e sempre negli stessi anni si stabilì a Spilimbergo. Qui si può ritrovare una delle sue prime opere, conservata nella Chiesa di San Giovanni Battista di Spilimbergo ed eseguita nel 1588: “La Visitazione”. Questa è una delle prime opere eseguite dal pittore, caratterizzata da figure allungate e dai colori chiari immerse in un ambiente campestre.
Narvesa si dimostra molto interessato all’arte veneta ed in particolare, a quella veronese. La sua stagione più felice si ha fra il 1595 e il 1611 ed in questo periodo trova posto l’esecuzione di svariate opere: il “San Valentino benedicente”, pala conservata a Domanins, la pala della chiesa di Santa Maria dei Battuti di Valeriano e la “SS. Trinità, S. Valentino, San Floriano e S. Vescovo” conservata nella Chiesa Parrocchiale di Santa Maria Maggiore a Cordenons.
Tale pala presenta una dubbia datazione, per alcuni è attribuibile ad un periodo precedente al 1611, per altri, invece, al secondo decennio del Seicento. La parte centrale del dipinto è occupata dalla S.S. Trinità, attorniata dalle figure dei Santi, in particolare, ben riconoscibile, sulla destra, S. Floriano protettore degli animali, che tiene la mano sopra la testa di un bovino. Nella parte sottostante i fedeli in diverse pose, fra cui due donne che assistono un’indemoniata. Il restauro dell’affresco ha permesso di rivelare che i gradini in primo piano non sono altro che un’aggiunta, colpevole di creare uno squilibrio nelle prospettive.
L’evoluzione successiva di Narvesa conduce verso una pittura che ha come soggetti uomini comuni, bonari e che non prende spunto da altri influssi pittorici.
Lo “Sposalizio mistico di S. Caterina con S. Giovanni Battista e S. Pietro”, visibile nella chiesa della Madonna del Monte a Marsure, frazione di Aviano, si colloca pienamente in una pittura paesana, che fa riferimento ad una religiosità ingenua e tradizionale. Al centro della scena si colloca la Santa, in un atteggiamento timido e gentile e sopra di essa l’angelo. Attorno le figure dei santi in un tripudio di colori che ben contrastano con la limpidezza del cielo.
Il Seicento sarà poi il momento migliore, quanto ad originalità, per la pittura del Narvesa che elaborerà modalità espressive semplici, caratterizzate dall’utilizzo di una vasta gamma di colori e figure ben proporzionate. Un esempio di tale periodo pittorico è costituito dal “Cristo Crocifisso” della chiesa parrocchiale di Baseglia.
Al 1611 risale la "SS. Trinità", conservata nella chiesa omonima di Pordenone. Tale pala costituisce un’opera riassuntiva della pittura del Narvesa e ricorda, in alcuni punti, opere precedenti, come il motivo del Cristo in croce, simile a quello realizzato a Cordenons. La parte superiore e quella inferiore del dipinto sono unite mediante un andamento semicircolare della linea di raccordo, desunta dalle architetture di fondo.
Il declino del pittore inizia ad intravedersi nella pala della Chiesa di San Giorgio a Pordenone, la "Madonna col bambino in gloria e S. Giorgio che uccide il drago", in cui le figure perdono solidità e prosegue con l’opera conservata a Prata di Pordenone, nella chiesa parrocchiale, “S. Carlo Borromeo tra S. Antonio abate e S. Floriano”.
Un’opera delle più mediocri, commissionata nel 1630 è raffigurante S. Carlo, nella parte centrale dell’opera, e sui due lati i santi Antonio abate e Floriano, tutte figure allungate, su cui si riscontrano diversi difetti nell’esecuzione. In basso attirano l’attenzione le figure degli animali, due buoi e un cinghiale, distesi a terra, i cui occhi appaiono particolarmente espressivi.
Gasparo Narvesa morì nel 1639 e fu seppellito nel duomo di Spilimbergo.

 

LUIGI NONO

Nacque nel 1850 a Fusina, in provincia di Venezia e nel 1851 si trasferì con la famiglia a Sacile, dove trascorse l’infanzia e parte della giovinezza. Il ragazzo era particolarmente predisposto al disegno e suo padre decise di avviarlo agli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove esordì nel genere storico. Concluso l'apprendistato accademico, iniziò a dipingere vedute della campagna trevigiana e scene di genere, con una particolare predilezione per temi intimi e effetti sentimentali.
Nel 1871 fece ritorno a Sacile, nella casa paterna, a causa di una sciagura familiare: la morte del fratello minore, Iginio, di appena otto anni, annegato nel fiume Livenza che scorreva accanto al giardino dell’abitazione.
Tale sciagura toccò profondamente l’animo dell’artista e di certo non fu estranea a quell’ombra di mestizia che si riscontrerà in molte delle sue opere, espressioni di una sofferenza interiore, di uno strazio e di un dolore mai estinto.
Nel 1876 soggiornò per qualche mese a Firenze, Roma e Napoli e nel 1878 visitò Parigi e Vienna. Dopo il primo viaggio dipinse: “Primi passi”, “Bambino malato” e “Sepoltura di un bambino” rimasto incompiuto, mentre, dopo il secondo: il “Mattino della sagra a Coltura” e “Mattino sul cader d’ottobre”.
Dopo la morte del padre, nel 1879, visse di preferenza a Venezia, partecipando attivamente alla vita artistica e culturale della cittadina.
Nel 1881 espose a Milano "La morte del pulcino", dipinto a Sacile e conservato oggi a Ca’ Pesaro. Presso la Galleria Nazionale d’arte moderna di Roma si trova il notissimo dipinto "Refugium Peccatorum", che, esposto nel 1883, costituì una tappa importante nella vita dell’artista.
Quest’opera traeva la sua forza ed il suo valore dall’intensità espressiva. Il discorso sulla forma iniziava a scomparire in favore del riconoscimento delle qualità individuali dell’artista e perciò dell’opera stessa.
L’opera in questione ha per scena il Campo del Vescovado a Chioggia e propone una penitente che sembra interpretare in chiave moderna la figura tradizionale della Maddalena; inginocchiata, la donna è immersa in un paesaggio di campagna sui toni del giallo e dell’arancione e invece di un interno di una chiesa si vede una prominente balaustra che campeggia in primo piano, contribuendo alla solida prospettiva che determina l’impianto compositivo dell’opera. Di fronte alla donna si vede la statua della Vergine, solo accennata e fuori quadro, posizione che sembra quasi indicare come il contesto sacro passi in secondo piano di fronte ai sentimenti della figura principale del dipinto, posta al centro geometrico della tela, i cui abiti spiccano nel tono uniforme dell’ambiente circostante. Il quadro vinse la medaglia d’oro all’Esposizione di Monaco, sempre nel 1883.

Oltre che a Monaco, l’artista venne apprezzato anche a Berlino e Pietroburgo ottenendo importanti riconoscimenti, mentre in Italia prese parte, regolarmente, alle Biennali veneziane.

Durante la vita Luigi Nono, spesso si allontanava da Sacile per recarsi a soggiornare a Polcenigo, luogo che da sempre costituì un motivo ispiratore per le sue opere a soggetto naturalistico. Entrambi i paesi, quindi, costituiscono il soggetto di molte opere: il "Molino sul Livenza" del 1880, conservato al Molinetto di Caneva, “Verso sera sul Livenza” del 1880, “Lavandaie sul Livenza” del 1882, “La Piazza di Sacile” del 1864, “Il battistero di Sacile” e “Il Livenza a Sacile” del 1870 hanno come soggetto Sacile e sono per lo più parti di collezioni di privati cittadini sacilesi, mentre “La sorgente del Gorgazzo” (1872), “Il caro nome” (1914), ora conservato al Museo di Pittsburg ed infine, “San Rocco di Polcenigo” (1876) hanno per soggetto Polcenigo.

Nel 1888 Luigi Nono formò a Venezia, sulle Zattere, il suo nido famigliare e dalla famiglia trasse i soggetti e l’ispirazione per le varie opere. Negli anni 1895-96 dipinse a Coltura “Il funerale di un bambino”, la sua opera di maggiori dimensioni, esposta a Pietroburgo e in seguito acquistata dalla Zar Nicola II. Coltura, frazione di Polcenigo, è rappresentata anche in “Ritorno dai campi” e in “Il mattino della sagra a Coltura” entrambe del 1873.
Nel comune di Fontanafredda, invece, osserviamo “Chiesa di Vigonovo” del 1876, “Autunno alle Orzaie” del 1883 e “La fanfara dei granatieri” del 1875.

A Brugnera (Villa Varda), infine, si può vedere il “Ritratto della baronessa Morpurgo de Nilma” del 1885.

Dal 1899 il pittore fu insegnante all’Accademia di Venezia, poi questa venne chiusa nel 1917 ma egli continuò ad insegnare all’Accademia di Bologna, finché, colto dal male, volle ritornare a Venezia per morire nella sua città, dove si spense nel 1918. Ora riposa a San Michele. Grande fu la sua fama post mortem, tanto che i comuni di Venezia, Sacile e Milano gli intitolarono una strada.

 

ALVISE MISSINATO

Nacque a Venezia il 12 dicembre del 1908; subito dopo la prima guerra mondiale la sua famiglia si trasferì a Pordenone dove il padre del giovane Alvise fu chiamato a lavorare in una ditta della città.
Concluse le scuole dell’obbligo, Alvise, appassionato di restauri e di pittura, iniziò ad apprendere l’arte del restauro dall’architetto Donadon, famoso restauratore pordenonese al quale vengono attribuiti i restauri eseguiti nella chiesa di San Giorgio a Pordenone e in altre sedi ecclesiastiche della provincia. Accanto a Donadon, maestri del giovane Alvise, furono anche lo scultore pordenonese De Paoli, a cui è intitolata una via di Pordenone, e il famoso artista restauratore Canarini. Quest’ultimo intervenne con l’aiuto del Missinato sugli affreschi che sovrastavano l’abside del Duomo di Sacile.
Nella città liventina Alvise conobbe Mafalda Signorini, sua compagna per tutta la vita: la coppia prese residenza a Pordenone per poi trasferirsi nel 1940 a Sacile.
Subito dopo la seconda guerra mondiale, Alvise si recò a Basilea e a Zurigo per dipingere scorci piazze e vedute. Grande fu l’apprezzamento attribuitogli dalle comunità locali e dai vari turisti che affollavano quei luoghi. La lontananza dalla moglie e dai quattro figli era molta e perciò l’artista preferì ritornare in patria per poi recarsi quotidianamente a Venezia, spostandosi con il treno da Sacile, per continuare l’arte dell’acquerello. Fu così che l’artista trascorse un ventennio nella città lagunare distinguendosi per bravura e impegno artistico.
Ma non fu solo Venezia ad ammaliarlo, infatti, appena poteva, Missinato ritraeva gli scorci e il paesaggio fluviale dell’amata Sacile nonché scorci di Polcenigo, Pordenone, e di altri luoghi montani come la Val Colvera, la Val Tramontina e altre ancora.
Notevoli sono anche le opere che ritraggono volti, fiori, natura morta e soggetti sacri come il Cristo.
Nel 1990, a seguito di una grave malattia, scomparve la moglie Mafalda alla quale Alvise fu molto legato, tanto che le diede amorevole assistenza per diversi anni fino alla fine dei suoi giorni. Fu anche per questo che l’artista si ammalò e successivamente, il 19 dicembre del 1992, serenamente spirò.

 
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