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L'invasione Turca del 1499

Vivere il territorio > Storia e Ambiente

Gli ultimi tre decenni del XV secolo videro i Turchi invadere a più riprese, con rapidissime puntate di predoni a cavallo, il territorio Friulano. Sarebbe più appropriato comunque parlare di Ottomani, dal momento che le milizie di cavalieri che insidiavano il confine orientale della Repubblica di Venezia erano di origine bosniaca, per la maggior parte di fede musulmana. La situazione politico-militare del Friuli durante la dominazione della Serenissima ne fece facile preda delle incursioni ottomane: la ridotta potenzialità militare di Venezia, dissanguata dalla difesa del territorio di Levante contro l’impero turco, unita alla completa assenza di una tradizione guerriera e di una organizzazione militare territoriale del Friuli ed al malcontento generale nei confronti della dominazione veneziana, furono gli aspetti caratteristici di un quadro decisamente precario. A tutto questo si aggiunse poi la pace che l’imperatore Federico III di Asburgo stipulò con i Turchi, che, se da un lato diede respiro agli stati ungheresi e croati dell’impero Asburgico, dall’altra dirottò le minacce dei musulmani verso il Friuli. Una prima incursione si ebbe il 21 settembre del 1492, quando un numero stimato tra gli 8.000 ed i 20.000 cavalieri turchi irruppero tra Monfalcone ed Udine, spingendosi fin sotto Cividale e raccogliendo numerosi prigionieri. Nel 1477 ci fu una seconda invasione, sotto la guida di Scanderberg, che devastò terribilmente la “bassa”, dall’Isonzo al Livenza. Nel luglio 1499 si venne a sapere di una nuova impresa che lo Scanderberg stava preparando dalla Bosnia, ma in Friuli si rimaneva increduli, perciò, quando fu emanato l’ordine di tenersi pronti a cercare rifugio nelle città e nei luoghi fortificati, a scavare profondi fossati nei campi per ostacolare la cavalleria degli invasori ed a bruciare tutto il fieno raccolto perché non potesse essere di rifornimento ai cavalli dei Turchi, la popolazione locale, davanti all’entità delle richieste non eseguì gli ordini. Il luogotenente del Friuli, Antonio Loredan, predispose un sistema di segnali per avvisare in tempo i paesi vicini di una eventuale incursione: Monfalcone, Aquileia, Cividale, Udine, Valvasone, Maniago, Porcia, Portogruaro e Sacile, punti di passaggio della notizia, avevano l’obbligo di tenere a disposizione delle cataste di legna per diffondere il segnale, che di giorno era costituito da “tre fumi separati”, mentre di notte da tre colpi di bombarda. Passarono due mesi prima che si avessero notizie dell’immediato pericolo: solo il 25 settembre Scanderberg stimò di essere pronto per invadere il Friuli. Passato l’Isonzo il 28 settembre, il giorno seguente attraversò il Tagliamento, tenendosi nel basso Friuli. Non avendo incontrato nessuna formazione armata a difesa, i Turchi poterono dividersi in diverse grosse schiere per compiere scorrerie nei territori vicini. Uno di questi contingenti a cavallo prese stanza a Roveredo in Piano il 30 settembre, rimanendovi fino al 3 ottobre ed allargandosi con puntate sanguinose nei villaggi interni. Porcia e Sacile non furono attaccate in quanto centri fortificati, mentre Aviano ed il suo castello costituirono un’eccezione, con centinaia di vittime che si sommarono a quelle degli altri paesi: 340 a San Martino di Campagna, 300 a Vigonovo, 420 a San Leonardo Valcellina (su un totale di 500 abitanti) ed altre migliaia nei comuni di Fiume Veneto, Cordenons, Polcenigo, Budoia, Montereale Valcellina ed altri luoghi ancora devastati, saccheggiati e distrutti. Nemmeno Pordenone, che era sotto il dominio asburgico (da poco riconciliato con l’impero ottomano), fu risparmiata, ma subì numerosi danni ed ebbe molti prigionieri. Delle ville soggette al conte di Porcia, Roveredo, sede dell’accampamento, fu certamente la più danneggiata. Nella notte tra il 3 ed il 4 ottobre i Turchi ripassarono il Tagliamento sotto Valvasone e, davanti alla difficoltà di guadare il fiume, ingrossato dalle piogge stagionali, sgozzarono buona parte dei prigionieri, soprattutto gli uomini e le donne più anziani, di minor valore rispetto ai ragazzi, nel mercato degli schiavi. Dopo i giorni dell’invasione si cominciarono a contare i danni: interi villaggi erano scomparsi ed altri ridotti a cumuli di macerie, con pochi superstiti in numeri e risorse. La Repubblica di Venezia reagì a queste tragedie con sommaria indifferenza: passarono ben sei anni dall’accaduto prima che la Serenissima inviasse i suoi incaricati per valutare i danni, molti dei quali mai rimborsati. Ancora oggi, la sera del 30 settembre, le campane della chiesa di Vigonovo suonano a morto, a ricordo della notte del 1499. Da ricordare in questo contesto la figura di Padre Marco di Aviano che, dopo un lungo processo di canonizzazione, Marco d'Aviano è stato dichiarato beato da papa Giovanni Paolo II il 27 aprile 2003: alla fama di taumaturgo, va aggiunta infatti la sua opera nella lotta contro l’avanzata turca in Europa.

Padre Marco di Aviano in una stampa del XVIII secolo


Mentre lo schieramento cristiano era ancora in via di progettazione, Karà Mustafà, grazie all’appoggio dei ribelli ungheresi, aveva già invaso l’Austria inferiore e verso la metà di luglio minacciava di assediare Vienna. Per salvare la capitale si imponeva quindi una corsa contro il tempo da parte della coalizione europea: la caduta di Vienna avrebbe significato il via libera per il progetto turco di travolgere ogni altra resistenza, marciare su Roma e fare di San Pietro una scuderia del Sultano. Fu in questo contesto che intervenne l’opera mediatrice di padre Marco d’Aviano: il 5 settembre intervenne al consiglio di guerra presso Tulln, dove svolse una determinante opera di mediazione nell’appianare i contrasti e le divergenze sorti all’interno dello schieramento delle nazioni cristiane. Lo stesso padre Marco, più tardi, racconterà di aver “sollecitato il soccorso di almeno dieci giorni… che se soli cinque giorni fosse tardato sarebbe forse caduta Vienna”.
La vittoria fu totale: i Turchi, completamente sbaragliati, fuggirono lasciando sul territorio oltre 10.000 morti contro i 2.000 cristiani.



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