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Le tracce della preistoria

Vivere il territorio > Storia e Ambiente

L’interesse per gli studi e gli scavi archeologici in molte località della zona risale agli anni Sessanta e Settanta, spesso a seguito di rinvenimenti casuali di reperti. Fu negli anni Settanta che il prof. Guerreschi dell’Università di Ferrara condusse degli scavi archeologici sistematici sulle pendici del monte Cavallo, nel comune di Aviano. Le documentazioni raccolte, insieme ai rinvenimenti delle Grotte Verdi di Pradis, del bosco Magredi e dei più recenti ritrovamenti del Cansiglio e del Bus de la Lum, costituiscono testimonianza delle fasi più antiche della frequentazione umana nell’area pordenonese. Le ricerche del prof. Guerreschi portarono alla luce tracce di accampamenti estivi di epoca paleolitica (circa 10.000 anni fa), in cui gruppi di cacciatori e raccoglitori si trasferivano da sedi più stabili situate a quote più basse, allo scopo di cacciare stambecchi ed altri animali selvatici. A queste ricerche sistematiche seguirono prospezioni di superficie, condotte nell’altipiano e nella fascia pedemontana da appassionati di archeologia, in accordo con il Museo delle Scienze di Pordenone, che aggiunsero al materiale ritrovato nel territorio avianese altri manufatti in pietra risalenti al Paleolitico Superiore, rinvenuti in località Pian delle More e Palù di Livenza. Particolarmente interessante quest’ultimo sito per la capacità di offrire uno scenario particolarmente ampio e dettagliato di quello che era un villaggio palafitticolo. Situata tra il comune di Caneva e quello di Polcenigo, la stazione preistorica di Palù di Livenza fu individuata casualmente negli anni Sessanta in seguito allo scavo di un canale necessario per far defluire le acque stagnanti e permettere una migliore resa agricola dei campi. Nel corso dei lavori di scavo furono raccolti numerosi manufatti litici e ceramici, reperti faunistici e resti di strutture lignee. Il sito fu poi interessato, a partire dai primi anni Ottanta, da ricerche sistematiche ad opera della Soprintendenza Archeologica dei Beni Ambientali, Architettonici, Artistici e Storici del Friuli Venezia Giulia, che portarono alla luce tracce di un abitato su bonifica, di considerevoli dimensioni, costruito ai margini di un lago.
Benché le precise caratteristiche di questo importante villaggio neolitico siano ancora da definire con precisione, i materiali rinvenuti sono numerosi e di diversa natura, anche organica, conservatisi grazie a particolari condizioni di giacitura che ne hanno favorito la conservazione.
Eccezionali sono infatti, oltre agli interessanti reperti in pietra scheggiata (tra cui grattatoi, bulini e punte di freccia), in pietra levigata (asce ed accette) ed ai numerosi frammenti di recipienti ceramici di diverse forme e decorazioni, i ritrovamenti di manufatti in legno, come spatole e recipienti, oltre a pali, assi e travi che documentano le tecniche costruttive delle strutture dell’abitato. Le particolari condizioni di conservazione riguardano anche i reperti paleobotanici, il cui studio ha permesso di individuare cinque diversi tipi di cereali e numerosi resti di frutti spontanei. L’orizzonte cronologico della maggior parte dei reperti rinvenuti a Palù di Livenza si situa nelle ultime fasi del periodo neolitico (intorno a 5.000 anni fa), anche se tra i materiali, soprattutto ceramici, è stato possibile individuare elementi anche successivi.
Un altro sito di rilevante importanza nell’area pedemontana è quello di San Tomè di Dardago, in comune di Budoia. La particolare storia dei ritrovamenti, avvenuti in gran parte in seguito a ricerche di superficie non programmate, rende un po’ incerta la definizione cronologica dei numerosi reperti ceramici e litici, che confronti tipologici con complessi archeologici vicini permettono di collocare tra una fase avanzata del Neolitico e l’età Medievale, quasi senza soluzione di continuità, ad eccezione delle prime fasi dell’età del Bronzo e di buona parte dell’età del Ferro. La particolarità di questo sito sta nella sua collocazione geografica: posto su un ridotto terrazzo fluviale, nella stretta valle dell’Artugna a 446 metri slm, non poteva essere certo interessante per i fini agricoli. Per quanto riguarda la fase neolitica, la stazione di San Tomè, contemporaneamente al vicino villaggio di Palù di Livenza, sembra configurarsi come un sito specializzato, probabilmente connesso con le pratiche venatorie.


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