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Tracce della Preistoria

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Il Friuli Venezia Giulia e più nello specifico, l’area compresa tra i fiumi Meduna e Livenza, durante l’epoca preistorica, a partire da 3000 anni fa, vede il succedersi, nel territorio, di due culture, quella paleoveneta e quella carnica. La cultura paleoveneta ebbe come centro la zona d’Este-Padova, ma numerose tracce sono state rinvenute anche nel Pordenonese, in particolare nella parte occidentale della Provincia, a Stevenà e Pràdego (Caneva), Coltura e San Floriano (Polcenigo), Palse (Porcia) e Montereale, ma anche ad Aviano e nella zona del Monte Cavallo. La cultura carnica fu legata all’espansione di tribù celtiche dell’Europa centrale, di cui però, non sono state ritrovate tracce archeologiche, ma solo letterarie e toponomastiche.
I primi studi archeologici nella zona, risalgono agli anni 60-70 e furono condotti, in gran parte, dall’Università di Ferrara.
Il nostro itinerario parte da Porcia, luogo d’antichi insediamenti preistorici delle età del Bronzo e del Ferro e più in particolare, da Santa Ruffina, il sito vicino alla frazione di Palse, che conserva tuttora elementi databili intorno all’VIII secolo a.C.
Le prime ricerche intorno a questo sito risalgono agli anni ’50, anni in cui operava il conte Giuseppe di Ragogna, appassionato di storia e d’archeologia. Negli anni ’60 presero il via interventi di risistemazione agricola che modificarono la morfologia del terreno e portarono alla luce molti reperti ceramici e testimonianze di un antico abitato dell’età del ferro. Dal 1986 ad oggi sono stati effettuati molti interventi d’emergenza e campagne di scavo che hanno portato alla luce manufatti litici non ritoccati, un grattatoio, due punte di freccia ad alette, un paio di asce in pietra levigata risalenti ad una fase avanzata del Neolitico.
Alla fine dell’età del Bronzo risale la prima occupazione dell’area di Santa Ruffina. L’insediamento, dalla grandezza di circa 40 ettari, era collocato su un terrazzo alluvionale delimitato ad est dal torrente Buion e ad ovest da un fossato. A nord il sito era difeso da un argine artificiale, distrutto dalle risistemazioni agricole degli anni ’60. Durante la prima età del Ferro (IX - prima metà VIII) il sito era piuttosto esteso e vantava una sistematica suddivisione degli spazi abitativi: case, vialetti, canalette ed orti, campi coltivati. L’abitato raggiunse la massima estensione nella seconda età del Ferro, probabilmente con almeno venticinque capanne e nello stesso periodo, cambiò radicalmente aspetto con la costruzione di pozzi, cisterne e canali. Tra i materiali venuti alla luce vi sono reperti ceramici fini e da mensa, fusaiole e pesi da telaio.

Proseguiamo il nostro viaggio verso Roveredo in Piano, paese originariamente abitato dai Celti, cui appartengono le tombe a tumulo che erano presenti nel territorio e che sono state spianate per ignoranza culturale.

Proseguiamo verso nord e dopo aver percorso la Pedemontana raggiungiamo un’area molto ricca di reperti preistorici, l’area del Monte Cavallo e della pianura avianese. Il massiccio del Monte Cavallo, in località Piancavallo, presso il comune d’Aviano, raggiunge con la Cima Manera la massima elevazione, vale a dire, 2250 m.; è una frequentatissima stazione invernale e d’estate offre svaghi, escursioni e altre numerose iniziative. Il Piancavallo, originariamente, era semplicemente un’entità geografica collocata tra i 1200 e i 1300 metri di quota, frequentata da boscaioli, pastori e cacciatori. In seguito, la zona divenne meta d’alpinisti, che, di fatto, diedero il via allo sviluppo della vera località turistica come noi oggi la conosciamo: fu creato il rifugio Policreti che divenne l’appoggio logistico dell’attività escursionistica. Negli anni si svilupparono impianti sciistici, sistemi d’innevamento e impianti alberghieri.
L’antico insediamento preistorico del Piancavallo risale all’ultima era glaciale, periodo in cui tutto il massiccio del Monte Cavallo era coperto da nevai e ghiacciai e la zona del Piancavallo era sommersa da una calotta di ghiaccio di 100-200 metri di spessore. L’unica area libera dai ghiacciai era quella a sud del Colle delle Laste, zona rocciosa carsica, nuda e soggetta a fenomeni gelivi. Durante la successiva fase di scioglimento dei ghiacciai, causata da un generale aumento della temperatura, si andò estendendo la fascia delle steppe continentali montane, si ridussero gli ambienti forestali e si diffusero sedimenti minuti di tipo loess. A questa fase corrispose il deposito preistorico del Piancavallo, il più antico insediamento umano, finora noto, del Friuli Occidentale, in cui l’uomo si dedicava alla caccia e al raccolto.
Testimonianza dell’antico insediamento furono alcuni manufatti litici ritrovati nel 1970 durante i lavori eseguiti per la creazione di una stazione sciistica. Tali reperti furono rinvenuti da un gruppo di aderenti alla Società Naturalisti di Pordenone, che, a seguito della scoperta, presero contatti con l’Istituto di Geologia e Paleontologia Umana dell’Università di Ferrara e decisero di iniziare, nel 1971, ricerche sistematiche per individuare l’insediamento umano.
Nel 1972-1973 furono avviati numerosi scavi in località Busa di Villotta (a quota 1260 m.), in particolare, nelle aree pianeggianti, ritenute favorevoli ad un insediamento umano e furono scoperti manufatti litici preistorici, carboni, pezzi di ocra, manufatti e ceramica. Tutti i manufatti litici rinvenuti presuppongono l’esistenza di un insediamento del Paleolitico superiore, probabilmente stagionale, utilizzato ripetutamente per la caccia.
Altri reperti, probabilmente appartenenti all’Età del Bronzo, sono stati rinvenuti lungo le pendici sudorientali del Monte Saùc, a circa 1 km. dalla Casera Saùc, a quota 900 metri s.l.m.
Nella zona pianeggiante, alla croda della vecja di Giais di Aviano, una grotta sulla montagna di Giais, fu rinvenuto un masso preistorico, ulteriore testimonianza della presenza di una civiltà paleolitica. Il masso fu scoperto da Giuseppe di Ragogna e nel 1947 fu vandalicamente distrutto da ignoti. Il masso era inciso a figure, alcune in stile naturalistico, altre in stile schematizzato e di particolare interesse era una figura a tre linee, attraversata da una testa di animale con proboscide e zanna che poteva rappresentare un uomo invocante aiuto, forse inseguito da un mammut. L’analisi effettuata sulle raffigurazioni e la posizione del masso, collocato all’apertura della grotta e difficile da raggiungere se non inerpicandosi sul costone della montagna, ci ha permesso di identificare il masso come oggetto dalle funzioni magico-religiose, importante nella vita della tribù.
Altri sono i reperti che testimoniamo la vita a Giais in età paleolitica, fra cui un’ascia, una testina di ovino con incise due punte di freccia sulla parte sinistra, un cervo in allarme schematizzato, inciso sul piatto di un pezzo di calcare maneggiabile, un uomo camuffato da animale cornuto, in figura schematizzata, inciso su un pezzo di calcare, una raffigurazione di teschio umano su quadratino di calcare, una venere in sculturetta di linea schematizzata, un pugnaletto ed infine, un coup de poing a tre usi: per colpire, per tagliare, per spezzare ossa. In località Riva di Barès, invece, vi sono alcuni tumuli menhir sovrapposti.

Un’altra frazione di Aviano, luogo di importanti rinvenimenti preistorici, è San Martino di Campagna, in cui furono ritrovate alcune punte di freccia lavorate del tardo neolitico, un vomere metallico, una falce metallica e una bipenne (doppia ascia). Queste ultime tracce, a differenza di quelle sopracitate che sono conservate nel Museo delle scienze di Pordenone, sono contenute in un piccolo antiquarium, nella sagrestia della parrocchiale di Sedrano.

Proseguendo il nostro percorso alla ricerca delle antiche tracce del passato sepolto, incontriamo il sito archeologico di San Tomè di Dardago, nel comune di Budoia. Questo sito è collocato su un piccolo terrazzo fluviale sulla sponda sinistra del torrente Artugna ed è stata scoperto casualmente, da alcuni appassionati, negli anni Sessanta.
In questo sito furono ritrovati materiali relativi all’età della pietra e ad epoche successive, testimonianze di un’influenza culturale proveniente da ovest. In particolare, furono ritrovati manufatti in selce (nuclei, grattatoi, bulini, punte di freccia, piccole asce), diversi tipi di ascia, vasi e loro accessori, oggetti metallici e vitrei. Questi reperti ci hanno permesso di formulare svariate teorie riguardo al periodo abitativo della zona, in particolare presuppongono che vi sia stato un periodo di lunga frequentazione della vallata e delle grotte presenti, una serie di lavorazioni della terra e delle pietre maneggiabili e una fusione dei metalli, con scambi e contatti esterni. Accanto a questi ritrovamenti, ve ne sono stati altri sul Pian delle Longiarezze attribuibili, pur se con molti dubbi, all’età del bronzo. I numerosi scavi susseguitisi negli anni, hanno dimostrato la presenza di diversi oggetti attribuibili ad epoche più recenti, che costituiscono la testimonianza della frequentazione della zona in periodi diversi ma, in maniera non costante nel tempo. Tutta l’area di Budoia e delle sue frazioni, infatti, fu da sempre un’area di transizione, da un alto, fra le regioni italiane nordiche di cultura celtica e paleoveneta e l’interno della regione friulana, d’altro lato, fra le pianure del Piave, del Livenza, del Tagliamento e dell’Isonzo e gli imbocchi delle vallate che portano a giacimenti metalliferi dell’Austria.

Proseguendo lungo la Pedemontana verso ovest, arriviamo nel comune di Polcenigo e da qui raggiungiamo il Colle di San Floriano. Quest’ultimo, è sede, dal 1980, di una parco per la ricerca e per la didattica naturalistica, gestito dalla provincia di Pordenone. Passeggiando al suo interno si possono ammirare piante e animali selvatici, coltivazioni sperimentali e dimostrative di piante officinali, di frutti di sottobosco, di alberi da frutto, nonché, allevamenti di cavalli, pecore, mucche e api. In questa sede però, porremo in evidenza l’importanza storico-archeologica della zona che, in passato, fu sede di rilevanti scoperte archeologiche.
In località Sottocolle, ai piedi del colle di San Floriano, esiste un’area, oggi parzialmente coltivata, in cui fu rinvenuta una necropoli e numerosi oggetti, molti dei quali attualmente parte delle collezioni del Museo Civico di Udine. Gli oggetti conservati attualmente sono attribuibili alle prime fasi dell’età del Ferro, alla seconda età del Ferro e all’età romana ed erano per lo più oggetti di corredo funebre, come monete, urne fittili rovesciate ed olpi. Lo scavo dilettantesco che, negli anni tra il 1968 e il 1970, portò alla luce tali reperti, fu condotto senza un solido progetto di ricerca: gli archeologi si limitarono a raccogliere i materiali man mano che affioravano, frammischiando così i diversi reperti tombali, anche se appartenenti ad epoche diverse. I reperti attribuibili alle prime fasi dell’età del ferro sono uno spillone bronzeo incompleto, due anelli digitali a spirale in bronzo, un frammento di filo in bronzo ritorto e una fusaiola in osso parzialmente decorata. Gli oggetti appartenenti alla seconda età del ferro, invece, sono andati tutti perduti, ma grazie alle antiche documentazioni, sappiamo che consistevano in fibule e torques.

Allontanandoci da Polcenigo, ci muoviamo in direzione di Caneva. Tutta l’area collocata fra questi due comuni, è stata generosa nel regalare agli archeologi numerose tracce preistoriche e protostoriche.
Una particolare area che fu oggetto di numerosi ritrovamenti preistorici fu quella del Palù del Livenza, "Palù", che, secondo un significativo toponimo, indica un particolare paesaggio agrario originatosi da un'antica palude e caratterizzato da un fitto reticolato di corsi di risorgiva alberati da filari di siepi. I palù sono sempre stati parte di un'ampia rete di insediamenti dell'uomo preistorico, i cui segni sono stati rinvenuti proprio in questo tipo di siti. Le scoperte sono iniziate casualmente negli anni ’60, in concomitanza con i lavori di scavo per la creazione di un canale di bonifica e poi si sono andate sviluppando nel corso degli anni, fino a diventare sempre più approfondite e specializzate. I primi reperti portati alla luce furono manufatti in selce e in ceramica, appartenenti al Paleolitico Superiore, al Neolitico recente (IV millennio) e all’Eneolitico (III-II millennio), poi, le ricerche successive, evidenziarono la presenza di strutture lignee, traccia della presenza delle palafitte. Da qui il nome del sito di “Palù del Livenza”. Tali strutture presuppongono l’esistenza di antiche capanne, o edifici, edificati su un basso livello dell’acqua, ma ancor oggi non sono note le dimensioni e l’articolazione di tale insediamento.
In questa stessa area si può visitare anche il Monte Castellir, in località Sarone, frazione di Caneva, sede di antichi ritrovamenti protostorici del secolo scorso. Il sito probabilmente, era un abitato protostorico difeso, posto su uno sprone che, fino a pochi anni fa, sormontava l'abitato. Qui sono stati rinvenuti manufatti ceramici riferibili per lo più all’età del Bronzo e del Ferro.
Appartenente al comune di Caneva, è il Monte Cansiglio, anch’esso sede di notevoli scoperte. Il Cansiglio è un altopiano delle Prealpi Carniche, a cavallo delle province di Belluno, Treviso e Pordenone, che sovrasta, a sud e ad est la pianura veneto-friulana, a nord è delimitato dalla regione dell’Alpago, a nord-est dal gruppo montuoso del Cavallo e ad ovest è diviso dal Col Visentin dalla Val Lapisina. Le ricerche archeologiche nella zona iniziarono nel 1993 ad opera dell’Università di Ferrara e continuano tuttora. Gli scavi effettuati nel corso di questi anni, hanno portato alla luce tracce che attestano la presenza dell’uomo preistorico già da 100.000 anni fa e tracce risalenti ad una fase più recente della preistoria. Tali dati ci permettono di affermare che gruppi di cacciatori-raccoglitori, a partire da 12.000 anni fa, frequentarono abitualmente l’altopiano per sfruttare le risorse alimentari offerte dai boschi. Tali gruppi, probabilmente, vivevano in condizione di seminomadismo, risiedendo durante la stagione invernale nell’Alpago o nella pianura veneto-friulana e nella stagione primaverile e autunnale in montagna. I primi accampamenti vennero creati nei pressi del Bus de la Lum, sito geologico di grande interesse, attualmente visitabile, dove furono rinvenuti svariati strumenti utilizzati quotidianamente, quali grattatoi, lame ritoccate e bulini per lavorare la pelle e altri materiali. Nella stessa area, vi è il sito del Palughetto, dove l’uomo preistorico creò una riserva di selci da scheggiare al momento del bisogno. Altri accampamenti di età mesolitica, databili tra i 10.000 e gli 8.000 anni fa, vennero rinvenuti sul versante occidentale del Pian Cansiglio e la loro analisi fece pensare che alcuni di questi potessero ospitare uomini dediti esclusivamente alla preparazione delle armi.

 
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